Bisogna riconoscere che la questione sull'estensione del voto per corrispondenza anche per le elezioni cantonali e comunali è una di quelle toste per la quale non è facile dare risposte. Da un lato c'è la visione progressista che imporrebbe di adeguarsi ai tempi e in futuro anche alle nuove tecnologie, per rendere più comodo il voto al cittadino elettore, dall'altro ci sono storie e tradizioni ticinesi non proprio edificanti con riguardo alle modalità con le quali questo diritto democratico è stato esercitato. Sono passati i tempi in cui qualcuno veniva rinchiuso in qualche sgabuzzino per pareggiare i conti a livello comunale, sono distanti nel tempo i casi in cui si sono fatti votare i morti in quel di Calpiogna o si sono miracolosamente moltiplicati i voti PPD in quel di Airolo. Ma ancora nelle ultime elezioni del 2007 e del 2008 si è dovuto assistere a scene non proprio edificanti, nelle case per anziani ad esempio dove chissà perché, dopo le visite dei soliti noti, certi partiti ottengono risultati strepitosi. E si è puntualmente ripetuto il movimento di barellieri e tassisti improvvisati le prime due ore dopo l'apertura dei seggi, o l'apparizione di suore, parigini e milanesi che si vedono in paese solo 2 volte ogni quattro anni. Non siamo in grado di dire se il voto per corrispondenza porterebbe a risultati migliori. Certe scene indegne potrebbero forse scomparire, ma a tutte queste persone la scheda verrebbe compilata da terzi e forse qualche datore di lavoro potrebbe persino costringere i suoi dipendenti a consegnargli la busta da spedire. Mah, non sappiamo proprio cosa pensare, ci rimangono dei dubbi e non abbiamo pertanto una risposta certa al quesito. Così non è per Monsignor Vescovo che ritiene di dover per una volta scendere decisamente in campo a dibattere su questioni terrene. Lui abituato ai dogmi e alle verità assolute non ha dubbi: si dispera per i quattro voti di scarto in Gran Consiglio, dimenticando che il popolo ticinese pochi anni fa ha chiaramente detto che ancora non si fida. Dà fiducia alle "generazioni giovani", e come non dargli ragione, ma fra quei barellieri, per esempio a Mendrisio, abbiamo purtroppo visto parecchi rampolli di "buona famiglia".
E per la chiesa ufficiale la vera soluzione non può che essere il voto per internet. Mah, qui ci sorge qualche dubbio, perché tutte le volte che si vota per corrispondenza su questioni federali o cantonali ci accorgiamo che non è la stessa cosa che andare al seggio, il voto ci sembra più leggero, meno impegnativo, manca quel gesto positivo, quella componente cerimoniale di andare con le proprie gambe ad esercitare un diritto civico, mettendoci anche un po' di impegno e magari di fatica. Il tutto si esaurisce nel mettere qualche crocetta e un francobollo. No, è comodo, veloce, adeguato ai temi: ma non è la stessa cosa.
Per noi liberali che poggiamo il nostro modo di fare e di decidere su una cultura laica non ci possono essere certezze o verità anche su questo tema: dovremo verificare sul terreno e sulla scorta delle prossime esperienze il senso e l'efficacia di questa o di altre possibili risposte.
Per il momento ci si chiede perché proprio il PPD e Monsignor Vescovo si scannano così tanto per far votare da casa. Che stiano meditando, in questo loro antistorico eccesso di progressismo, di far ricevere in futuro ai loro adepti, fatta forse eccezione per l'unzione degli infermi ove è indispensabile una presenza fisica, tutti gli altri sei sacramenti per internet?
Acquapoca