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Opinione Liberale
 
Diego Erba
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Chi troppo vuole...

 

Si torna a parlare di scuola e delle sue necessità. L'ha fatto il Gran Consiglio giorni fa discutendo dell'attuazione di HarmoS, il concordato intercantonale sull'armonizzazione della scuola obbligatoria, e del potenziamento del sostegno pedagogico per gli allievi che più incontrano difficoltà. Il largo consenso espresso è di buon auspicio e dà il via a un'utile riflessione sui contenuti della nostra scuola dell'obbligo, sul monitoraggio del sistema formativo e sulle risorse da destinare alla formazione dei giovani. Quanto dibattuto dal Parlamento è solo un antipasto poiché ben presto si tornerà a confrontarsi con l'iniziativa popolare promossa da associazioni ed enti vari dal titolo "Aiutiamo le scuole comunali - Per il futuro dei nostri ragazzi". Già il titolo è significativo con quella forma verbale "aiutiamo" che lascia supporre - per questo settore scolastico - una situazione difficile, di diffusa povertà e abbandono, di disagio. E' veramente così? Dal mio osservatorio vedo ben altre realtà e in questi casi è utile il confronto. Siamo i soli in Svizzera ad avere una scuola dell'infanzia per i bambini dai 3 ai 6 anni, disponiamo di numerose direzioni didattiche (sconosciute fuori cantone), abbiamo una media per classe nelle elementari di 18,6 allievi (quella svizzera è di 19,4), la presenza quasi generalizzata dei docenti di educazione fisica, musicale o di attività creative è un unicum (negli altri cantoni questi oneri spettano ai docenti titolari).

Che cosa chiede quindi l'iniziativa popolare? Propone la modifica della Legge sulla scuola dell'infanzia ed elementare nonché numerosi cambiamenti quali la riduzione a 20 del numero massimo di allievi per classe e il potenziamento degli operatori (docenti di appoggio, di sostegno pedagogico, per allievi alloglotti, per la gestione di casi difficili, ecc.). A queste misure aggiunge poi una serie di norme per la nomina degli insegnanti, la gestione delle supplenze, il sussidio cantonale per i docenti speciali, il potenziamento degli ispettorati scolastici, ecc.

Da questa breve descrizione si percepisce come la portata dell'iniziativa sia molto incisiva e tocchi aspetti di natura pedagogica, organizzativa, ma soprattutto s'innesti nel delicato campo dei rapporti tra Cantone e comuni.

Per gli addetti ai lavori il successo dell'iniziativa era scontato perché sostenuto, da un lato, dalle rinnovate rivendicazioni di associazioni ed enti vicini al mondo scolastico e, dall'altro, da temi dov'è facile raccogliere il consenso. Chi non vorrebbe avere per il proprio figlio classi più piccole? Chi rifiuterebbe la mensa e il doposcuola per far fronte alle richieste delle famiglie? Visto l'esito, si tratta ora di evidenziarne anche le inevitabili ripercussioni, e queste sono di diversa natura. Vi è dapprima l'accresciuto indebolimento del ruolo dei comuni in ambito scolastico; in pratica i Municipi saranno limitati nelle loro responsabilità (ad esempio per la designazione dei docenti) ma dovranno comunque passare alla cassa per far fronte ai nuovi obblighi. Si prevedono maggiori costi annui di 53,4 milioni di franchi (di cui 17,8 a carico dei comuni e 35,6 del Cantone) e di almeno 87 milioni di franchi per la costruzione di aule, la maggior parte sulle spalle dei comuni.

Si assegnano poi nuovi compiti e oneri al Cantone per la diffusione nei comuni di mense, doposcuola o sezioni a orario prolungato. Oggi questo è un settore lasciato opportunamente all'apprezzamento delle autorità locali che meglio possono cogliere le necessità di allievi e famiglie e dare risposte tempestive.

Ricordo infine che il miglioramento della scuola - anche di quella comunale - non è solo legato alla riduzione degli allievi per classe o alla presenza di ulteriori docenti. Sono decisivi altri fattori quali la formazione del docente, i suoi rapporti con allievi e genitori, il clima favorevole dell'istituto scolastico, la definizione di chiari obiettivi educativi e formativi. In altri termini le condizioni strutturali sono importanti ma se non sono accompagnate da altri fattori come quelli citati non portano necessariamente al risultato auspicato.

Ho l'impressione che l'insieme delle proposte - invero eccessive - che ha spinto i cittadini a sottoscrivere l'iniziativa potrebbe anche decretarne domani l'insuccesso. Il Consiglio di Stato ha già scritto a chiare lettere che non sarà in grado di assicurarne il finanziamento: si tratta di un onere sproporzionato dove nessuna priorità è stata definita. Tutto ciò mi rammenta la storia di quella casalinga che in modo affannoso riempie il carrello di ogni ben di Dio. Arrivata alla cassa si rende conto di non avere con sé i soldi per pagare e deve riportare la merce negli scaffali. A volte il troppo storpia e l'ottimo è nemico del bene. In ambito scolastico poi le rivoluzioni non sono mai paganti: per rinnovare è decisamente meglio compiere un passo alla volta.

Il tema è ora all'esame della Commissione scolastica del Gran Consiglio ed è bene che ciò avvenga, anche per il rispetto dovuto ai quasi diecimila cittadini che hanno sottoscritto l'iniziativa. Si valutino tutti gli aspetti in modo approfondito, poi il cittadino - che non è sprovveduto - dirà la sua con cognizione di causa e l'auspicato buon senso. 

 

Diego Erba
direttore Divisione della scuola DECS

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