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Giovanni Merlini
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9 meglio di 7

Il Gran Consiglio ha dunque votato con convinzione la proposta di risoluzione, nella forma dell'iniziativa cantonale all'attenzione dell'Assemblea federale, che avevo inoltrato lo scorso 21 ottobre 2009 con Jelmini, Bertoli, Bignasca, Maggi e Arigoni per un aumento del numero dei membri del Consiglio federale da 7 a 9. Eravamo in autunno e l'elezione per la successione del consigliere federale Pascal Couchepin aveva messo ancora una volta in risalto le difficoltà con cui la Svizzera italiana deve fare i conti, ogni qual volta si tratta di far valere concretamente le ragioni a sostegno della sua aspirazione ad essere rappresentata nel governo della Confederazione. Di qui l'idea di risollevare il dibattito a Berna sulla necessità di una riforma non solo della composizione del governo, ma anche della sua organizzazione. La nostra proposta chiede all'Assemblea federale di avviare la procedura per la modifica dell'articolo 175 cpv. 1 della Costituzione federale (CF) - che fissa a 7 il numero dei membri dell'esecutivo - per portarli a 9.

Bisogna dire che la scelta di ancorare nella Carta fondamentale un determinato numero dei membri del governo è decisamente inconsueta, se confrontata con le altre nazioni. La sua "ratio" va individuata nella volontà di ostacolare la modifica del numero dei membri del Consiglio federale allo scopo di scongiurare la transizione, per il tramite della più semplice modifica legislativa, verso altri sistemi democratici, come per esempio quello parlamentare. Ma, alla luce della situazione fortemente concorrenziale creatasi parallelamente alla crisi del modello federalista tradizionale, il mantenimento dell'attuale art. 175 cpv. 1 CF risulta problematico, nella misura in cui arrischia di vanificare più o meno sistematicamente il disposto di cui al cpv. 4 dello stesso articolo (che recita: "Le diverse regioni e le componenti linguistiche del Paese devono essere equamente rappresentate"), rendendo sempre più difficile una rappresentanza svizzero-italiana in governo.

Queste difficoltà sono destinate a crescere. E' infatti evidente che un numero così basso di membri eleggibili nel Consiglio federale complica molto la vita alle minoranze del Paese. Il contesto economico e finanziario, nonché l'evoluzione da un federalismo sostanzialmente perequativo ad un federalismo competitivo inaspriscono la concorrenza tra le regioni e tra i Cantoni stessi. Va di pari passo scemando la disponibilità a riconoscere il ruolo della minoranza italofona in seno alla Confederazione, come invece richiederebbero la coesione nazionale e lo spirito confederale. Gli attuali rapporti di forza nel Parlamento e nel Consiglio federale tendono poi a connotare sempre più in senso politico-partitico ogni avvicendamento in seno al governo, sminuendo l'importanza del criterio di un'equa rappresentanza politica delle componenti linguistiche e regionali, sancito appunto dal già ricordato art. 175 cpv. 4 CF. Se questa tendenza continuerà anche nei prossimi anni o decenni - con un Consiglio federale di soli 7 membri - la legittima aspirazione della Svizzera italiana ad essere finalmente di nuovo rappresentata nella camera dei bottoni verrà ben difficilmente esaudita. E non va sottovalutato il rischio che la terza Svizzera si senta sempre più emarginata, se non addirittura esclusa dai "giochi".

Un governo di 9 membri permetterebbe invece di garantire, con maggiore regolarità e meno interruzioni, la presenza di un esponente della Svizzera italiana. L'aumento di due unità non dovrebbe per altro compromettere il principio della collegialità e l'art. 175 cpv. 4 CF potrebbe finalmente trovare riscontro nella prassi, al contrario di quanto avviene per periodi troppo lunghi con un governo di 7 membri. Il che contribuirebbe oltretutto a rafforzare il senso di appartenenza alla nazione e la solidarietà confederale, agevolando l'integrazione della minoranza italofona nella conduzione politica del Paese.

Non è che siano mancati in passato i tentativi, tutti falliti, di modificare il numero dei Consiglieri federali, immutato a 7 dal 1848. Due iniziative popolari, una nel 1900 e l'altra nel 1942, che chiedevano l'elezione popolare del Consiglio federale con contemporaneo aumento a 9 membri, furono respinte entrambe da popolo e cantoni. Più tardi, nel 1998 il Consiglio nazionale bocciò, nell'ambito del riordino della CF, una proposta di minoranza commissionale intesa ad un aumento sempre a 9 membri. Un aumento del numero dei membri del Consiglio federale di 2 unità si giustifica tuttavia anche per altri, non meno importanti motivi.

L'evoluzione socio-politica del Paese e l'esigenza di un rafforzamento dell'autorevolezza politica dell'esecutivo federale anche verso l'estero, di fronte alla crescita esponenziale dell'onere legato alla gestione amministrativa dei singoli Dipartimenti, rendono oggi indispensabile una riorganizzazione del Consiglio federale, che preveda non soltanto l'aumento di due unità dei suoi membri, bensì pure un potenziamento del ruolo del Presidente della Confederazione a livello di competenze e di durata della carica, come richiesto anche dalla mozione Burkhalter recentemente approvata dalle Camere. Basti fare mente locale sulla realtà mastodontica di due dipartimenti che si sono sviluppati in modo abnorme, come il Dipartimento federale degli Interni - che comprende oltre alla sanità, le assicurazioni sociali, la cultura e la ricerca - oppure come il Dipartimento federale dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell'ambiente. E' decisamente opportuna una più ragionata ripartizione dei settori di competenza, secondo criteri di unità di materia e di efficacia. Sotto questo aspetto una suddivisone dei compiti tra 9 anziché 7 consiglieri federali favorirebbe una più razionale conduzione politica rispetto alla situazione attuale che appare al limite della sostenibilità, anche in termini di impegno richiesto al singolo ministro e direttore di Dipartimento. Le recenti vicende non proprio edificanti (pressione sul segreto bancario, crisi con la Libia, ecc.) hanno impietosamente mostrato una carenza di leadership e di capacità strategico-progettuale che deriva anche dall'inadeguatezza dell'attuale organizzazione del governo. Se vogliamo un governo che governi davvero, dobbiamo metterlo in condizione di farlo. C'è da sperare che l'Assemblea federale se ne ricordi quando dovrà pronunciarsi sulla risoluzione cantonale del Gran Consiglio ticinese.

Giovanni Merlini
granconsigliere PLR

 

 

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