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Editoriali
 
Dick Marty
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Brutta storia

 

Una brutta storia. Per anni e in modo sistematico, agendo perlopiù su territorio americano, la più grande banca svizzera ha rastrellato fondi aiutando attivamente i contribuenti statunitensi a frodare il fisco del loro paese. La banca non poteva ignorare l'illegalità, né la pericolosità di tali operazioni. La caparbia delle autorità fiscali americane è addirittura proverbiale. Al Capone sfuggì a tutti i tentativi di condannarlo per omicidio, finì tuttavia in carcere per undici anni proprio e solo per frode fiscale. Doveva succedere: l'UBS si è fatta beccare con le dita nella marmellata e le autorità americane hanno richiesto, pena l'apertura di una procedura giudiziaria, la produzione della documentazione relativa a 52'000 titolari di conti. Un procedimento penale e civile implicava conseguenze devastanti non solo per l'UBS, per le decine di migliaia di impiegati che compiono il proprio dovere con diligenza e competenza, ma anche per l'insieme dell'economia del nostro Paese. La dimensione della banca è tale, infatti, che un suo crollo rischierebbe di provocare un gigantesco effetto domino in tutto il sistema bancario, trascinando poi nella caduta l'industria di esportazione e migliaia di piccole e medie aziende. Il problema era noto da tempo, ora siamo confrontati con la cruda realtà: queste aziende enormi, con un bilancio che supera di parecchie volte il prodotto nazionale, costituiscono un rischio sistemico per il paese, troppo grandi per lasciarle fallire.

La politica è ora chiamata ad adottare senza indugio norme adeguate in questo ambito. L'UBS si trovava di fronte a un dilemma: o rifiutare di consegnare i documenti richiesti, ciò che significava dover affrontare un processo negli USA con probabili sanzioni pesantissime, oppure, dare seguito all'ingiunzione americana, con un inevitabile processo in Svizzera per violazione del segreto bancario.

In considerazione degli interessi nazionali in gioco, il Consiglio federale iniziò una trattativa con le autorità americane, invocando il trattato di doppia imposizione in vigore dal 1996. Sulla base di criteri oggettivi definiti in un accordo del 19 agosto 2009, ci si accordò di ridurre i casi da 52'000 a 4'450, limitandosi così ai casi più importanti di frode fiscale. Le autorità USA avrebbero così inoltrato una normale richiesta di assistenza amministrativa per questi casi, i clienti potendo avvalersi dei rimedi di diritto previsti dal diritto svizzero. Con il trattato del 1996, la Svizzera aveva fatto ampie concessioni agli USA, ma allora nessun in Parlamento obiettò, ritenendo che i vantaggi per l'industria svizzera, che evitava di pagare due volte imposte per la stesa operazione, erano ben più importanti. Il Tribunale amministrativo federale, chiamato a pronunciarsi su di una serie di ricorsi, ritenne che l'accordo dell'agosto 2009 non fosse, contrariamente a quanto sostenuto dal Governo, completamente coperto dal trattato del 1996 e doveva pertanto essere ratificato dal Parlamento. Decisione opinabile ma, ovviamente, da rispettare.

Al Parlamento di decidere, dunque. Churchill soleva dire che in politica non c'è mai la scelta tra un'ottima e una pessima soluzione. Occorre preferire la meno dannosa. A dire il vero, a tutti, o quasi, era chiaro che l'approvazione dell'accordo costituiva la soluzione più ragionevole e meno rischiosa. La sinistra e l'UDC non si sono tuttavia lasciate sfuggire l'occasione per negoziare il loro consenso. Il PS lo ha fatto con una certa coerenza: sì, ma contemporaneamente si regolano i problemi dei "bonus" eccessivi dei manager e delle aziende che costituiscono un rischio sistemico per il paese. Politicamente coerente e legittimo, ma operazione impossibile da combinare in un unico atto legislativo. L'UDC, invece si è esibita in un indecoroso spettacolo di voltafaccia che ha sconcertato anche alcuni propri aderenti, in particolare i senatori democentristi che subito hanno sostenuto l'accordo. Ultima carta, ultima capriola per evitare di assumersi la responsabilità del rifiuto: astenersi e tentare d'inserire la clausola referendaria, in chiaro contrasto con le regole costituzionali. Brutta storia di un manipolo di banchieri avidi e predatori che hanno creato un danno enorme al loro istituto e ai propri collaboratori e messo tutto il Paese in una situazione molto delicata. Brutta storia anche per il Parlamento, preso in ostaggio da fazioni che antepongono il teatrino della politichetta di parte all'interesse generale.

Dick Marty
consigliere agli Stati PLR

 

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