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Editoriali
 
Gabriele Gendotti
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Giuseppe Buffi, vero artefice del Ticino della conoscenza

Quando nel 1999 accettai di partecipare alla corsa per l'elezione del Consiglio di Stato, mi era ben chiaro che Giuseppe Buffi - anche con la bicicletta militare - mi avrebbe battuto agevolmente nella volata finale. Ero pronto a quel risultato e ho condiviso, in tutto e per tutto, le regole del gioco: prendere parte alla gara con onestà e lealtà, come fece lui, riconoscendo fino in fondo il responso delle urne. E così è stato.

Non mi sarei mai immaginato che il destino, poco più di un anno dopo, mi avrebbe richiamato in causa, in una situazione così drammatica, indicandomi la necessità di subentrare a Buffi in Governo. Ho raccolto la sfida, anche se avrei dovuto confrontarmi direttamente con la memoria di un uomo che al partito, al Paese, allo Stato aveva dato moltissimo.

Oltre ad essere divisi nella competizione elettorale del '99, Giuseppe ed io avevamo visioni diverse su pochi temi. Non è il caso di riesumare in questa occasione il pasticcio della Thermoselect. Così come non è un mistero che io non condividessi certe sue aperture nei confronti delle scuole private. Aperture - lo dico di transenna - che qualcuno, approfittando della sua commemorazione, vorrebbe forse riportare in auge, stravolgendo lo stesso pensiero di Buffi, visto che lui, a onor del vero, si è comunque sempre detto a favore del primato della scuola pubblica, addirittura della sua superiorità rispetto a quelle private.

"Ho sempre difeso nel passato, anche recente - ebbe a scrivere Buffi proprio da queste colonne nel marzo del 1996 - questo primato e questa superiorità attirando l'attenzione sul pericolo che la scuola pubblica, fosse anche solo parzialmente soffocata o concorrenziata dalla scuola privata, possa diventare scuola, com'è avvenuto negli Stati Uniti, di emarginazione sociale". E che Buffi abbia sempre agito per dare alla scuola pubblica ticinese il meglio possibile - ed è appunto su questo versante che mi sento di aver ripreso coerentemente il suo testimone - lo conferma il fatto che al mio arrivo in Dipartimento ho trovato una scuola in ordine, con le cose a posto, con riforme importanti portate a termine, come per esempio la Legge della scuola del 1990 o la Legge sull'orientamento scolastico e professionale e sulla formazione professionale e continua del 1998.

A Buffi va naturalmente il grande merito di aver costruito l'Università della Svizzera italiana, pur fra mille difficoltà e polemiche. Diceva, con una delle sue formidabili metafore: "L'è come la Büzza da Biasca. A ga vö, a ga vö, a ga vö, ma quand che la va, ta la fermat pü". Aveva ragione. Ma l'intelligenza politica di Buffi fu anche quella di trovare strade nuove per realizzare quel progetto ambizioso, di cui oggi tutti riconoscono l'importanza per la crescita dell'intero Paese. In effetti, più che dei principi che regolano la scuola privata, Buffi ha cercato di seguire quelle dinamiche, tipiche del mondo privato, che avrebbero agevolato la soluzione del problema universitario, affrancandosi da schemi prefissati che volevano l'Università espressione solo dello Stato, cioè un'emanazione diretta del Cantone. Ecco allora il sodalizio con la Città di Lugano e Mendrisio, con le Fondazioni, l'apertura allo statuto di ente di diritto pubblico dell'USI, dotato dell'indispensabile autonomia dall'Amministrazione, preso poi a modello anche da altri atenei svizzeri.

Si tende anche a sottolineare soprattutto il ruolo di Buffi nella costituzione dell'USI, dimenticando che parallelamente è stata realizzata anche la SUPSI, impresa che per certi versi poteva risultare anche più difficile. Con l'USI, in fondo, si percorreva un terreno nuovo, mentre con la SUPSI si trattava di mettere insieme l'esistente, conciliare interessi piuttosto solidificati, riportandoli, in una nuova dimensione, sotto il medesimo tetto. Ma si trattava anche di riconoscere a tutto un settore - quello della formazione professionale - la dignità del rango universitario, fino ad allora prerogativa esclusiva della via canonica degli studi che portano all'università. Ci riuscì.

Penso che sarebbe orgoglioso nel vedere che il polo universitario della Svizzera italiana si è via via consolidato, è cresciuto anno dopo anno con una nuova Facoltà, con nuovi Istituti e Dipartimenti, con affiliazioni e collaborazioni con altri centri di eccellenza presenti nel Cantone e anche fuori, con nuovi progetti, come quello dei Master in medicina, che fanno oggi dell'USI e della SUPSI i fulcri principali di una realtà trainante che ho più volte definito il "Ticino della conoscenza".

Al di là di quanto Buffi ha fatto - e ha fatto veramente molto - per la scuola, la formazione professionale, l'università intesa in senso lato (USI e SUPSI), ma anche per la cultura (dalla Fondazione dell'Orchestra della Svizzera italiana alla Legge delle biblioteche del 1991), mi piace ricordarlo come un politico di razza, vicino alle esigenze della popolazione e al tempo stesso capace di grandi visioni sul futuro del Paese. Un uomo che ha suscitato confronti, talvolta anche molto animati, dentro e fuori il partito, ma che ha sempre saputo costruire il consenso necessario per portare a buon fine progetti meritevoli. Per il bene di tutto il Cantone.

Per anni, al terzo piano di Palazzo governativo, sono continuate ad arrivare lettere, quasi tutte da fuori Cantone, ancora indirizzate a Giuseppe Buffi, direttore del Dipartimento dell'istruzione e della cultura. "Bisogna proprio essere morti per ricevere posta in questo Cantone", avrebbe forse commentato sua zia. A noi, ogni volta, sembrava soltanto impossibile che qualcuno non si fosse accorto che era venuto a mancare.

Gabriele Gendotti
consigliere di Stato PLR

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