Autonomia comunale

Di blanche camisetas, blaugrana, PCA e federalismo!

Stefano Steiger, municipale PLR di Ascona 

“Catalogna, in carcere vicepresidente e 7 ministri”. “Catalogna, Puigdemont rischia l’arresto”. “Catalogna, e ora cosa succede?”. Sono solo alcuni dei titoli che girano in rete in questi giorni dopo la dichiarazione di indipendenza della Catalogna, risoluzione approvata il 27 ottobre 2017 dal Parlamento catalano. Insomma, qui arrivano le blanche camisetas dalla Capitale Madrid e impacchettano su tutti, dentro in cella quelli del Barça. Però proprio non riesco a non provare un po’ di simpatia per gli indipendentisti. Certo sono andati lunghi, troppo lunghi. Ma sarà che sono libero, poco incline ai governi centrali e che un po’ ammicco a correnti sociali, culturali e politiche che propugnano l’indipendenza all’interno degli Stati unitari, degli “L’Etat c’est moi”, che proprio gli amici del Barça non riesco a condannarli.

In fondo, teniamoci stretti il nostro federalismo. Quella gestione del potere fatta sotto l’uscio di casa, che ti permette di sentire la politica e le sue decisioni più vicine, di non doverti confrontare con la smania dei pochi che vogliono comandare sui molti. Eppure non sempre lo rispettiamo il nostro federalismo. Certo, spesso la complessità dei temi impone decisioni centrali, prese a Berna o, nel nostro piccolo, a Bellinzona. Ma è altresì vero che ci mettiamo anche del nostro. Prendi ad esempio il famigerato piano cantonale delle aggregazioni (in seguito PCA). In Ticino continuiamo infatti a sfornare scenari aggregativi di obiettivo cantonale, come se il processo aggregativo non dovesse svilupparsi dal basso, ma essere imposto nelle stanze della Capitale. Una sbronza da fusioni la nostra, giustificata da generici e spesso vuoti inni all’efficienza e alla progettualità. Dico vuoti, perché anche un recente studio di oltre Gottardo, firmato da Christoph A. Shaltegger (professore di economia politica all’Università di Lucerna e direttore dell’Istituto di scienze finanziarie e diritto finanziario (IFF) dell’Università di San Gallo) e da Janine Studerus (anch’essa dell’IFF), ha messo in luce come, dopo un’analisi approfondita di 142 processi aggregativi in 10 Cantoni tra il 2001 e il 2013, non si è potuto osservare un reale effetto sistematico di risparmio. Insomma e spesso, a dei modesti risparmi in ambito amministrativo si sono contrapposti aumenti di spesa in altre posizioni di bilancio. E nemmeno nell’erogazione dei servizi al cittadino si è potuta riscontrare una differenza sistematica tra Comuni fusionati e Comuni non fusionati. Un rischio è poi parso evidente ai ricercatori: la mania di lanciarsi in nuovi, costosi e megalomani progetti che prosciugano le casse comunali, perché sentirsi grandi può anche dare alla testa.

Ma perché sentiamo la necessità di un PCA vincolante? Come si giustifica questa invasione di campo nei confronti del livello più basso (ma non per questo meno degno di rispetto) del federalismo in salsa rossocrociata? Semplice, per la politica cantonale avere a che fare con un minor numero di interlocutori, poter centralizzare il potere, risulta una manna. Si decide più in fretta, perché a decidere si è in pochi sui molti. Questa, a mio modesto avviso, la reale e unica giustificazione alla base della politica aggregativa perseguita alle nostre latitudini. Tanto è vero che il PCA propone possibili aggregazioni tra Comuni non contigui (basta che in linea con gli scenari cantonali) – la cosiddetta politica dell’accerchiamento –, che non venga dato seguito ad istanze aggregative divergenti dal PCA, prevede riduzioni e sospensioni dei contributi perequativi nei confronti dei Comuni recalcitranti e crediti di sviluppo solo per chi si conforma alla cantilena aggregativa. Proprio un bel partire dal basso, dall’essenza stessa del federalismo.

In un contributo apparso il 28 giugno 2017 sul Giornale del Popolo (certe volte guarda cosa ti leggo!), il Professor Baranzini lanciava un monito che condivido. Chiedeva di andarci piano coi ricatti finanziari pro aggregazioni, perché il successo del modello Svizzera (che figura in testa a quasi tutte le classifiche internazionali in moltissimi campi) è anche dovuto al nostro sistema federalista e sussidiario, in cui le spinte vengono dal basso e le responsabilità vengono gestite sotto l’uscio di casa. Mortificare e livellare le diversità, così da decidere in fretta e in pochi, sarà più semplice, ma è poco svizzero e, visti i risultati dei Paesi intorno a noi (dove il potere viene gestito in modo centralizzato), mi permetto di dire che lascia quantomeno perplessi. Insomma, Dio ci scampi da una Bellinzona che si sente Roma, Parigi o Madrid, perché, come esposto da Baranzini, un Cantone che disegna sulla carta i suoi Comuni, potrebbe sconfinare nel mancato rispetto delle autonomie comunali e forse, un giorno, venir ridisegnato anch’esso dalla Berna Capitale.

Concludo con una semplice speranza: che non venga mai meno il rispetto per quell’assunzione di responsabilità presa al livello più basso del nostro sistema federalista, che non ha bisogno di gabbie e che è l’essenza stessa del nostro successo come Sistema Svizzera. Se non ne siete convinti, andate pure a chiedere agli amici catalani. Sempre e comunque, forza Barça, forza blaugrana.