Storia

 

 

Forse in nessun altro paese - neppure nell’Italia della “prima repubblica” - i partiti ebbero mai nella vita pubblica (anche fuori dagli organismi istituzionali) un ruolo così rilevante come l’hanno avuto da noi fino a qualche decennio fa. In vista delle prossime elezioni cantonali e nell’intento di fornire una chiave di lettura che serva a far meglio conoscere il nostro paese, è quindi forse utile indicare, almeno a grandi linee, i principali momenti di questa nostra storia.

 

Le origini di un conflitto secolare

 

I due partiti “storici” ticinesi, liberali e conservatori, affondano le loro radici nella prima metà dell’Ottocento. Volendo, si potrebbe anzi risalire alle controversie del 1798 e degli anni successivi fra i partigiani delle “novità” portate dai francesi (Repubblica Elvetica e Repubblica Cisalpina) e quanti le ritengono invece fonte di anarchia e di eresia. Fra coloro che manifestano simpatie per le idee liberali (e anche democratiche) vanno citati Annibale Pellegrini di Ponte Tresa, il suo compaesano Angelo-Maria de Stoppani, Giovanni Reali di Cadro, i mendrisiotti Luigi Catenazzi e Giovan-Battista Monti e soprattutto l’abate Vincenzo d’Alberti di Olivone. Fra i loro avversari sono invece da citare due religiosi - P. Francesco Soave e P. Gian Alfonso Oldelli - il mastro di posta Pietro Rossi e soprattutto il capitano Giovan-Battista Quadri che diverrà poi “Il Landamano” per antonomasia. Non si tratta tuttavia di partiti veri e propri, sia perché le discussioni coinvolgono solo una piccola élite, sia perché non esiste ancora nessuna organizzazione di tipo “partitico”.

Un secondo momento di scontro fra liberali e conservatori (benché i termini non siano ancora in uso) si ha nel 1814, quando il congresso di Vienna impone anche ai Cantoni svizzeri di rivedere le loro costituzioni in modo conforme ai princìpi “legittimisti”. Contro tale imposizione appare infatti un movimento di resistenza, animato soprattutto dal già citato De Stoppani e dal capitano Francesco Airoldi; movimento che viene ricordato come “rivoluzione di Giubiasco” e che è brutalmente stroncato, con l’uccisione dello Stoppani e la condanna all’esilio degli altri.

 

Quadri e Franscini

 

Nel quindicennio successivo la politica cantonale è dominata dal Quadri. Convinto che il bene del popolo consista nell’essere ben governato da chi... sa farlo (cioé da lui stesso!) il Landamano avvia opere di utilità indubbia, quali la carrozzabile del San Gottardo, la strada del Ceneri, il ponte sul Ticino a Bellinzona e la navigazione a vapore sul Verbano. Egli cerca pure (senza tuttavia riuscirvi) di risolvere la “questione diocesana”, riunendo le parrocchie ticinesi - divise fra le diocesi di Como, e di Milano - sotto un Vescovo locale: tema che occuperà la politica ticinese, avvelenandola non poco, fin quasi alla fine del secolo. Ma il Quadri ha due difetti. Uno è di essere insofferente a qualunque critica. Si attornia perciò di “yes men” di scarso valore, il che lo rende inviso a molti e lo fa accusare di favoritismi e corruzione. L’altro è la mania della segretezza (comune peraltro a tutti i governi della Restaurazione), che lo spinge ad esercitare una severa censura sulla stampa e a vietare ogni pubblicità ai dibattiti parlamentari impedendo così ogni forma di vita democratica. Unico oppositore dichiarato è un altro membro del governo, Giovan-Battista Maggi, che però è spinto più che altro da rivalità personali, per cui non si tratta di una vera alternativa.

Ad opporsi sul piano dei princìpi sono invece, sul finire degli anni ‘20, i giovani raccolti attorno al giornale “L’Osservatore del Ceresio”: Giuseppe Vanelli, Pietro Peri, Antonio Airoldi, Giuseppe Ruggia e soprattutto Stefano Franscini. Influenzato dalle idee liberali diffuse a Milano - dove aveva trascorso vari anni, prima come seminarista poi come insegnante - il maestro di Bodio è per vari aspetti l’opposto del Landamano. Opposta è in particolare la sua concezione della vita pubblica, che egli ritiene debba basarsi sul dibattito pubblico e sulla partecipazione democratica, e presuppone perciò l’educazione popolare. Con l’opuscolo “Della riforma della Costituzione ticinese” il Franscini rivendica una Costituzione di impostazione liberale. Si inserisce così in quel movimento che oltre-Gottardo è definito di “Rigenerazione” e che chiede l’allargamento dei diritti popolari, il riconoscimento della sovranità popolare, l’uguaglianza di fronte alla legge, la libertà di coscienza, di stampa, di domicilio, di commercio e d’industria. Sullo slancio dell’iniziativa fransciniana, altri oppositori del Quadri prendono iniziative analoghe, così che la nuova Costituzione, elaborata in quei mesi, è approvata il 1. luglio 1830 a larghissima maggioranza (tutti i Circoli, meno uno) e il Quadri è costretto alle dimissioni.

 

La rivoluzione del ‘39 e la contro-rivoluzione del ‘41

 

Franscini e i radicali hanno dato la spallata decisiva al Landamano. Ad approfittarne sono però i moderati. Il nuovo governo, presieduto dal bellinzonese Corrado Molo, è una riedizione di quello vecchio. Su 9 membri, ben 6 sono infatti gli “ex”. I liberali sono per contro emarginati e sconfitti su tutti i punti del loro programma: libertà di stampa, promozione della scuola pubblica, riforma liberale del Patto federale del 1815, solidarietà con i movimenti liberali italiani e svizzeri ecc. Anche le loro richieste di migliorare l’educazione, le comunicazioni, l’agricoltura, l’industria, il credito ecc. sono ignorate. Molti, sentendosi traditi, si preparano quindi a combattere anche il “nuovo” Governo, servendosi sia della stampa - specie “Il Repubblicano della Svizzera Italiana” - sia delle Società di ginnastica federale e della Società dei tiratori alla carabina (creata per promuovere la formazione militare in base al Patto federale). Si tratta di associazioni diffuse in tutto il Cantone, che sono anche strumenti di propaganda liberale. Il governo Molo è tra l’altro accusato di finanziare la spesa pubblica mediante un aumento del debito e un antiquato sistema di percezione delle imposte, date in appalto a privati che (anticipando una somma prestabilita) provvedono poi a gestire in proprio

l’amministrazione daziaria e la vendita del sale, lucrandovi sopra. Nel 1839 i Carabinieri insorgono contro i tentativi governativi di espellere dal Cantone i fratelli Ciani e di mettere sotto tutela la Società di Pubblica Utilità. Il governo è impreparato. Gli insorti, agli ordini del col. Giacomo Luvini-Perseghini, marciano su Locarno - allora capitale - mettendo in fuga il governo (salvo i due consiglieri radicali, Franscini e Fogliardi).

Le nuove elezioni, tenute nei giorni successivi sotto il controllo dei Carabinieri, danno naturalmente un’ampia maggioranza ai radicali, che promuovono allora una vasta opera di riforme. L’accento è messo sulla promozione della scuola pubblica e (sull’esempio dei radicali di Argovia) sulla statizzazione dei beni dei conventi, con l’argomento che la formazione dei cittadini è compito primordiale dello Stato e non può essere lasciata ai suoi nemici.

Tutto ciò non può che acuire il contrasto con le autorità religiose. La maggioranza di esse considera infatti che le citate misure siano dettate da odio anti-cattolico (dietro cui credono di intravedere l’“eresia protestante”). Nel 1841 scoppia perciò una contro-rivoluzione. Ma i Carabinieri sconfiggono gli avversari e instaurano una dura repressione. L’avv. Giuseppe Nessi di Locarno, capo dei ribelli, è condannato a morte e fucilato per direttissima. Altri capi dell’insurrezione sono costretti a rifugiarsi all’estero. Anche nel ‘39 i membri del governo Molo e i capi dei moderati erano stati condannati - su pressione del Gran Consiglio - “per aver reso necessaria la rivoluzione” (!), e a tale condanna era stata aggiunta la privazione dei diritti civici e la confisca dei beni. Queste crudeli repressioni - che replicano a quella di segno opposto compiuta nel ‘14 contro la “rivoluzione di Giubiasco” - non fanno che aggravare l’odio fra le due fazioni e ipotecare gravemente il futuro.

 

L’azione dei radicali

 

L’incameramento dei beni dei conventi si conclude nel 1848. I conservatori lo qualificano di furto, ma i liberali ritengono di aver messo le basi della “popolare educazione”. Nel ‘52, con l’apertura del “patrio liceo”, mettono anzi il “fiore all’occhiello” della loro politica scolastica.

Oltre a ciò, essi cercano di allargare la democrazia. Nel ‘42 propongono infatti di dare il diritto di voto a tutti i cittadini (indipendentemente dal censo o dall’essere o meno patrizi), nonché di calcolare i risultati delle votazioni in base ai voti degli elettori (non più dei circoli), come pure di ridurre i distretti e di limitare il numero dei sacerdoti in Gran Consiglio a uno per distretto. Ma tutto ciò solleva una forte opposizione, specie nelle valli, che si ritengono defraudate dei loro diritti in favore dei centri. I liberali sono perciò dipinti come nemici della tradizione e della “religione dei padri” e come coloro che vogliono favorire i forestieri a danno degli indigeni. In votazione popolare la riforma è spazzata via (in molti Circoli rurali con percentuali superiori al 90%!). Altre riforme introdotte o tentate dai radicali suscitano opposizione. La scuola elementare, le condotte mediche, le leggi per promuovere l’agricoltura e difendere le foreste si scontrano con svariati interessi privati o gravano sulle finanze comunali e patriziali, per cui incontrano resistenze, attriti e proteste.

 

Ma il conflitto più grave è con le autorità austriache, padrone del Lombardo-Veneto. Queste sono infatti irritate per il sostegno dato dalle tipografie ticinesi al Risorgimento italiano e più ancora per l’ospitalità concessa dal Cantone ai profughi, che qui svolgono propaganda, raccolgono fondi e arruolano volontari. Per ritorsione il governo lombardo-veneto nel 1853 decreta dapprima un blocco degli scambi con il Cantone, poi l’espulsione di tutti i ticinesi (circa 6’000) residenti in Lombardia. Il malcontento contro il governo, accusato di essere all’origine di questa situazione, non può che aumentare.

 

Dal pronunciamento alla “rivoluzione”

 

Franscini e i suoi, dopo il ‘39, hanno realizzato varie riforme. Il “paese reale”, però, non le condivide. Il rigetto della revisione costituzionale del ‘42, le critiche alla statizzazione dei conventi e alla partecipazione del Cantone alla guerra del Sonderbund, il rifiuto della nuova Costituzione federale del ‘48, risultano indigesti agli uomini al potere. Convinti che il popolo non sia maturo per apprezzare le riforme, essi tendono perciò a ridurre i diritti popolari. Nel ‘52 il voto segreto è addirittura proibito (con l’argomento che è l’arma segreta del clero per circuire la coscienza dell’elettore, mentre un cittadino repubblicano non deve temere di manifestare la propria opinione...). In tal modo scontentano però anche parecchi loro sostenitori. L’opposizione aumenta dopo l’approvazione della nuova Costituzione federale del ‘48 (che toglie al Cantone le entrate dei dazi e delle poste) e l’espulsione dei ticinesi dalla Lombardia. Nel ‘53 sorge, come in altri Cantoni, un movimento democratico, che accusa il governo di favorire il clientelismo e un fiscalismo opprimenti, si batte per l’allargamento dei diritti popolari, l’imposta diretta progressiva, le società di mutuo soccorso e il movimento cooperativo, sollecitando pure provvedimenti sociali contro la disoccupazione.

Si riorganizza anche l’opposizione conservatrice, espressione del malcontento popolare per la soppressione dei conventi e la politica in favore degli esuli. I due gruppi, accantonando le divergenze di princìpio, danno vita al movimento dei fusionisti, che nel 1854 presenta una petizione con ben 14 mila firme per chiedere una riforma della Costituzione. Nello stesso anno vince le elezioni al Consiglio Nazionale, sconfiggendo tutti i candidati liberali, compreso il Franscini (eletto poi nel Canton Sciaffusa). Decisi a non perdere al potere, i radicali approfittano però dei tumulti scoppiati a Locarno nel ‘55, in seguito all’uccisione del loro sostenitore Francesco Degiorgi, per estendere a tutto il Cantone l’agitazione, detta “Pronunciamento in favore dell’ordine”. Le tipografie che stampano i giornali di opposizione sono distrutte e i capi conservatori e fusionisti sono arrestati o devono fuggire all’estero. Le nuove elezioni, organizzate sotto il controllo dei Carabinieri, confermano naturalmente in sella il partito al potere.

 

Dopo il Pronunciamento

 

I radicali - i cui principali esponenti sono ora Giovan-Battista Pioda, Carlo Battaglini, Luigi Lavizzari e il can. Giuseppe Ghiringhelli - realizzano importanti riforme, quali l’abbassamento da 25 a 20 anni dell’età di voto e l’abolizione del requisito del patriziato (poi anche del censo) per poter votare. I consiglieri di Stato sono ridotti da 9 a 7 e si istituiscono i dipartimenti, mentre i membri del Tribunale d’Appello sono ridotti da 13 a 9 e si crea il “giurì” in materia penale. Si crea pure la Banca Cantonale (nella quale lo Stato ha una partecipazione del 20%) e si introducono le impopolari ma necessarie imposte dirette. Vengono inoltre potenziate le scuole maggiori e di disegno e istituita la Scuola Normale. Si mettono le basi per la realizzazione della ferrovia del San Gottardo.

Ma l’elemento marcante della loro politica sono i provvedimenti anti-clericali: esclusione dei sacerdoti dall’insegnamento e da ogni diritto elettorale, subordinazione di ogni atto o lettera pastorale (nonché dell’elezione dei parroci) al “placet” governativo, proibizione delle processioni votive, tentativo di aggregare le parrocchie ticinesi a una diocesi d’Oltralpe. Ciò deriva in parte dall’ostilità di un clero largamente politicizzato (anche a causa dei conflitti fra il Risorgimento e lo Stato pontificio), che non di rado trasforma le chiese in luogo di propaganda politica. Sono tuttavia misure decisamente illiberali, che non incontrano il favore popolare.

Alla lunga la sconfitta diventa inevitabile, anche perché il conflitto tra Lugano e Bellinzona sul problema della capitale spacca la classe dirigente, mentre la persistente idea di ridurre i distretti e di eleggere i deputati in proporzione alla popolazione alienano al partito le residue simpatie delle valli. Infine, la revisione costituzionale federale del 1872-74 e il Kulturkampf ne pregiudicano ancora di più le posizioni. Le elezioni del 1875 danno quindi la maggioranza ai conservatori.

 

Il “nuovo indirizzo” respiniano

 

Gli anni fra il 1875 e il 1890 sono a dir poco turbolenti. I conservatori, guidati da Bernardino Lurati, ottengono la vittoria accusando il regime liberale di aver fatto man bassa “sui princìpi più elementari delle pubbliche libertà”. Essi promettono voto segreto, libertà religiosa, libertà di insegnamento, giustizia imparziale; economia rigorosa ma ragionevole. Tanta insistenza sulle “libertà” - negli anni di poco successivi al Sillabo! - potrà forse stupire. Occorre però ricordare che con ciò i conservatori intendevano essenzialmente la libertà della Chiesa e delle sue scuole di emanciparsi da ogni controllo statale. Nulla da spartire, dunque, con le temute e “malintese e pericolose libertà moderne” denunciate da Pio IX...

Il Lurati, giudicato troppo moderato, è d’altronde messo da parte, e la guida del partito passa al valmaggese Gioachimo Respini, che è un po’ una “reincarnazione” del Landamano Quadri. Indubbiamente preoccupato del bene pubblico (come dimostrano le sue iniziative per la premunizione delle frane, l’arginatura dei torrenti, la bonifica dei terreni, la realizzazione di strade e ferrovie regionali ecc.) il Respini è però dispotico e animato da spirito di rivalsa contro le “malefatte della setta radicale”. Il governo conservatore licenzia perciò tutti i funzionari e gli insegnanti nominati dal precedente, nomina giudici ligi al suo volere, ripristina la presenza del clero nelle scuole, scorpora determinate proprietà dei comuni per darle alle parrocchie. Introduce i diritti di iniziativa e di referendum, ma fa adotta una serie di norme improntate alla “geografia elettorale”, allo scopo di perpetuare la maggioranza conservatrice.

Tutto ciò provoca una serie infinita di scontri, come i famosi “fatti di Stabio” del ‘76, che causano tre morti e due feriti gravi; fatti preceduti di pochi giorni da scontri quasi altrettanto gravi in quel di Locarno. Altri conflitti minori fanno ripiombare il paese in un clima da guerra civile e hanno vasta eco anche oltre-Gottardo, anche a causa di innumerevoli richieste d’intervento rivolte alle autorità federali dai liberali ticinesi. Quest’ultimi, dopo la sconfitta, sono peraltro in crescita, grazie soprattutto alla delusione di molti moderati per la politica del Respini, all’aumento della popolazione dei centri e all’arrivo di numerosi funzionari (perlopiù protestanti) della Gotthardbahn.

 

La “rivoluzione” settembrista

 

Più passa il tempo e più le polemiche si arroventano. Nell’estate del 1890 i liberali presentano un’iniziativa mirante (in sostanza) ad impedire i giochetti della “geografia elettorale”. I conservatori cercano di tirare le cose per le lunghe, in modo da spostare la votazione in epoca ad essi più favorevole. A peggiorare le cose si aggiunge lo scandalo Scazziga; il cassiere cantonale che ha sottratto all’erario pubblico una somma enorme. L’11 settembre, al comando di Rinaldo Simen, le “truppe” liberali assaltano il palazzo governativo. L’operazione si conclude con l’arresto dei membri del governo che si trovano sul posto e l’uccisione (seppure involontaria) del giovane consigliere di Stato Luigi Rossi. Viene proclamato un governo provvisorio presieduto dallo stesso Simen. Interviene Berna, che riesce ad imporre il sistema elettorale proporzionale, in base al principio enunciato dal consigliere federale Ruchonnet: “il faut que les tessionis apprennent à gouverner ensemble”. L’epoca delle contrapposizioni frontali è finita.

 

Il Governo Simen, o la “politica delle cose”

 

Dopo due anni di “interregno”, diretto dal conservatore moderato Agostino Soldati, le elezioni del febbraio ‘93 - le prime in cui l’esecutivo è eletto direttamente dal popolo - danno ai liberali la sospirata maggioranza. Sono eletti in governo Simen, Colombi e Curti (per i conservatori Casella e Rinaldo Rossi). In Gran Consiglio troviamo invece 53 liberali e 43 conservatori.

La nuova maggioranza, di cui Rinaldo Simen è l’esponente principale, cerca soprattutto di evitare i conflitti ideologici. Il governo si impegna a fondo in quella che venne chiamata la “politica delle cose”. Si procede al completamento della rete stradale, alla “cantonalizzazione” dei corsi d’acqua (dando inizio allo sfruttamento idroelettrico), all’elaborazione della prima legge cantonale sull’agricoltura e sulla protezione delle foreste. Si istituisce pure il Manicomio cantonale e si adotta una nuova legge fiscale, che introduce il princìpio dell’imposta progressiva. Ma il settore al quale Simen dedica particolare cura è quello scolastico. Sono creati i primi corsi di metodica per le maestre d’asilo, si prolunga la formazione degli insegnanti di scuola obbligatoria, si istituisce la Scuola cantonale di Commercio a Bellinzona e si realizza il Palazzo degli Studi a Lugano. Per non pregiudicare la collaborazione con i conservatori, il Simen rinuncia a far “piazza pulita” dei rappresentanti del precedente regime, ciò che gli procura dure critiche da parte della parte più “rivoluzionaria” dei suoi. Alcuni radicali, come Romeo Manzoni parlano infatti di “rivoluzione tradita”, dando il via a una dura controversia all’interno del partito, che sfocia nella scissione della cosiddetta “Estrema”, che fa capo a Manzoni e ad Emilio Bossi (“Milesbo”). Nonostante questa conclusione un po’ amara della sua carriera, a Rinaldo Simen (che lascia il governo nel 1905) va riconosciuto il merito storico di aver contribuito in modo decisivo a creare - per usare le sue parole - “un Ticino più sereno nella lotta politica”. Egli, che per la sua personale biografia (impiegato dei telegrafi di modeste origini, divenuto prima leader del partito, poi capo del Governo) già rappresentava il “trait d’union” fra i notabili del vertice e la base popolare del partito, diventa così anche l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo modo di far politica. Con lui si concluse l’Ottocento e inizia il secolo successivo.

 

Dalla "Belle époque" alla seconda guerra mondiale

 

Dopo le turbolenze dell'Ottocento, il Novecento, pur con i suoi conflitti, appare come un'epoca relativamente tranquilla, sullo sfondo di una situazione economica che a poco a poco migliora. L'apertura della ferrovia del San Gottardo, (1882) cui fanno seguito diverse ferrovie regionali, favorisce una maggior mobilità e uno sviluppo del turismo e dell'industria, che si attua dapprima nel ramo estrattivo - cave di granito e di altre pietre naturali - poi in quello dei tessili e in altri più moderni (metalmeccanica e chimica). Degna di nota è pure la nascita del polo industriale di Bodio, la cui realizzazione è imposta dal Governo alle ditte concessionarie delle acque. Si vivono insomma, anche da noi, i riflessi della "Belle époque".

Tutto ciò ha conseguenze anche sul piano politico, in particolare con la nascita del Partito socialista, la cui base elettorale è appunto costituita dagli operai delle ferrovie e delle cave. I socialisti, inizialmente capeggiati dall'avv. Mario Ferri, non ottengono invero grande seguito, in parte perché molti dei loro potenziali elettori sono stranieri e in parte perché, fra gli indigeni, parecchi sono legati ai partiti tradizionali. Il fatto poi di apparire come nemici della proprietà privata non li favorisce. Il loro accentuato anti-clericalismo ne fa pure un bersaglio della Chiesa, che contro di essi organizza, soprattutto a partire dagli anni '30, i sindacati cristiano-sociali (che in periodi elettorali si trasformano in macchina di voti conservatori). Il PST riesce comunque ad introdursi nella politica cantonale, in modo duraturo, scompaginando la contrapposizione duale fra liberali e conservatori e riuscendo anzi spesso (grazie soprattutto all'abilità del suo leader Guglielmo Canevascini) ad esercitare un'influenza superiore al proprio peso elettorale. Per riprendere la narrazione cronologica, la prima metà del Novecento può comunque essere suddivisa nelle tre fasi indicate qui di seguito.


Fino al 1922: prevalenza liberale

 

Nei primi due decenni del secolo i liberali - i cui principali esponenti sono Achille Borella ed Evaristo Garbani-Nerini - mantengono la maggioranza in tutte le tornate elettorali. I conservatori, pur riunificati dopo la morte del Respini (1899) sotto la guida di Giuseppe Motta non riescono a riprendere il sopravvento, in un paese che sta lentamente cambiando. Il sistema del "voto limitato" (che dà al partito vincitore 4 seggi governativi, lasciandone alla minoranza uno solo, con funzioni di controllo), consente al PLR di imprimere il proprio marchio alla politica cantonale, tanto più che il sistema d'elezione del Parlamento (4 Circondari, senza possibilità di riportare i resti dall'uno all'altro) lo favorisce, ostacolando l'insediamento dei socialisti. Quest'ultimi, fino alla prima guerra mondiale, finiscono quindi ("bon gré, mal gré") per appoggiare i liberali, anche se a parte l'istituzione dell'Ispettorato del lavoro e del Segretariato operaio non ottengono granché in cambio. La maggioranza realizza comunque diverse riforme, specie nel settore viario e dei trasporti e in ambito agricolo e forestale, mentre in campo scolastico il tentativo di adottare una nuova legge inciampa a ben due riprese sul tema dell'insegnamento religioso. A prescindere da questi incidenti di percorso, per i liberali le cose vanno comunque a gonfie vele, come dimostra il ritorno sotto lo stesso tetto, nel 1910, della corrente radicale (la cosiddetta "Estrema") di Romeo Manzoni e di Emilio Bossi ("Milesbo").

Le cose cambiano nel 1914, quando scoppia la prima guerra mondiale e si registra il fallimento delle tre principali banche operanti nel Cantone. La guerra blocca lo sviluppo industriale e turistico; il fallimento delle banche accentua la crisi. Liberali e conservatori accantonano per un momento le rivalità, avviando una collaborazione (già proposta dal Motta in un celebre discorso del 1907, nel quale aveva auspicato rapporti più costruttivi "in tutto il vasto campo dei problemi non politici", ovvero non ideologici). Frutto della nuova situazione sono l'istituzione, nel '15, della Banca dello Stato e nello stesso anno della Scuola agricola di Mezzana. I socialisti - dopo aspri conflitti interni, da cui emerge il nuovo leader Guglielmo Canevascini - si presentano come oppositori a tutto campo, accusando i due partiti "borghesi" di utilizzare i conflitti ideologici solo per nascondere gli "interessi di classe".

Le difficoltà della guerra giocano peraltro in loro favore. Nelle elezioni per il Nazionale del '19 ottengono infatti un grosso successo, mentre i liberali arretrano sensibilmente. I tempi sono maturi per un cambiamento, tanto più che nel '21, sull'esempio di iniziative analoghe in altri Cantoni, compare un nuovo partito: quello degli agrari, capeggiato dall'ex consigliere di Stato radicale Gaetano Donini, che ha come obbiettivo principale il protezionismo dei prodotti agricoli.

 

1922-35: il "pateracchio"

 

Ma il cambiamento maggiore deriva dal degrado dei rapporti fra liberali e socialisti; degrado che ha tre cause. Una sta nella paura creata nei ceti borghesi dallo sciopero generale del 1918. Un'altra è collegata nientemeno che alla rivoluzione sovietica, di cui i socialisti sono entusiasti, mentre i liberali - compreso il radicale Milesbo - sono fieri avversari. La terza sta infine in alcune scelte poco avvedute del PLR. Sentendo la propria maggioranza scricchiolare, esso non trova infatti di meglio che aumentare i circondari elettorali per il Gran Consiglio da 4 a 10, in modo da elevare, in percentuale, il quoziente necessario per ottenere un seggio, sbarrando così la strada alle minoranze.

I conservatori, guidati da Giuseppe Cattori (succeduto al Motta dopo l'elezione di quest'ultimo in Consiglio federale) sfruttano abilmente la situazione. Concludono con socialisti e agrari un accordo che introduce l'elezione del Gran Consiglio a Circondario unico (pur consentendo ai partiti di suddividere le liste su base regionale) e introduce per l'Esecutivo la clausola secondo cui chi non ha la maggioranza nell'elettorato non può averla neppure in governo. I liberali scatenano polemiche. La nuova maggioranza attua comunque alcune innovazioni, fra cui le "rivendicazioni ticinesi" verso Berna, del 1924, e alcune riforme promosse da Canevascini: lotta alla disoccupazione, promozione della formazione e dell'orientamento professionali, creazione di nuovi uffici di collocamento, di conciliazione, di statistica ecc. Ma i rapporti all'interno della coalizione delle minoranze sono difficili. Specialmente fra i conservatori molti - a cominciare dal consigliere federale Motta e da buona parte del clero - vedono con irritazione l'intesa con i socialisti. Nel 1932, alla morte di Cattori (sostituito da Enrico Celio) l'epoca del "pateracchio" è virtualmente chiusa.

 

La scissione liberale

 

La perdita della maggioranza è un trauma per i liberali. Ne derivano anche sbandamenti, di cui il più grave è, fra parecchi dirigenti, una malcelata simpatia per il fascismo italiano. Tale atteggiamento deriva da due cause. I cultori dell'italianità e delle memorie rinascimentali (come Francesco Chiesa e Bixio Bossi, più tardi Pino Bernasconi, Fulvio Bolla e altri) vedono nel "nuovo ordine" mussoliniano il coronamento delle lotte mazziniane. Chi ha una visione più padronale e anti-socialista, ammira invece il Duce per aver messo fine alle agitazioni e agli scioperi, e anche al sistema di elezione proporzionale, che molti continuano a trovare indigesto. Ma il carattere liberticida del regime mussoliniano provoca molte critiche anche all'interno del PLR. A ciò si sovrappongono conflitti interni alla sezione di Lugano, che nel '32 sfociano nella sostituzione del sindaco Veladini con Alberto De Filippis. Quest'ultimo, con il sindaco di Locarno Giovan Battista Rusca, quello di Giubiasco Camillo Olgiati e con il presidente dei Giovani liberali Giulio Guglielmetti nel '34, dopo confronti burrascosi, si stacca dall'ala destra (detta degli "unificati") e fonda il "Partito liberale radicale democratico", al quale aderiscono anche i consiglieri di Stato Antonio Galli e Cesare Mazza.

La scissione avviene però solo "a metà", toccando quasi unicamente le regioni dei citati dirigenti. I democratici hanno invece poca presa nell'area di diffusione de "Il Dovere". Il quotidiano diretto da Carlo Maggini, pur non essendo affatto filo-fascista, è ostile alla scissione perché teme che essa rafforzi i conservatori. Questa chiave di lettura, invero un po' riduttiva, fa sì che nelle elezioni del '35 gli "unificati" ottengano circa i 2/3 dei voti liberali ed entrambi i seggi governativi (con Emilio Forni e Isidoro Antognini), mentre i democratici devono accontentarsi di 1/3 dei voti e vedono esclusi sia Galli che Mazza.

 

L'"Era nuova"

 

I nuovi rapporti di forza creano una situazione inedita. I conservatori, ormai maggioranza relativa, si alleano con i liberali di destra, seguendo i consigli di Motta, che da Berna auspica da tempo che si realizzi anche da noi quell'intesa borghese che oltre-Gottardo è moneta corrente. La nuova formula di governo - cui guardano con simpatia anche gli agrari - è detta pomposamente dell'"Era nuova" e promette grandi cose. Deve però far fronte a una dura opposizione. A sinistra, democratici e socialisti non si lasciano scappare occasione per criticarne le decisioni e anche per ridicolizzarne gli esponenti. A destra vi sono poi due nuove formazioni, la Lega nazionale e la Federazione fascista, numericamente sparute ma che si teme godano dell'appoggio del Duce. Non a caso, i fascisti locali e numerosi esponenti della "colonia italiana" assumono spesso atteggiamenti provocatori e protervi. A tutto ciò si aggiungono le mai sopite rivalità fra i partner della coalizione e le difficoltà della crisi internazionale, poi dell'economia di guerra. In definitiva il governo dell'"Era nuova" deve limitarsi a gestire gli affari correnti, senza lasciare tracce significative. Per il secondo dopo-guerra si profila un deciso rimescolamento delle carte.

 

Gli anni del boom economico

 

Il secondo dopoguerra è caratterizzato - da noi come altrove - dal “boom economico”. L’economia vive un’epoca di euforia. L’agricoltura vede assottigliarsi sempre più il numero dei propri addetti (nel 1950 sono ancora il 20% della popolazione attiva, dieci anni dopo sono ridotti alla metà e nel decennio successivo la percentuale si dimezza di nuovo) ma accresce la produttività grazie al raggruppamento dei terreni e alla modernizzazione dei metodi di lavoro. L’industria si sviluppa per un buon trentennio, specie nel Sottoceneri (frontalieri!) ma anche in Leventina (Bodio, Piotta...). Il terziario, infine, assume un’importanza vieppiù crescente, dapprima superando il secondario e poi - con il “boom” della piazza finanziaria luganese - divenendo il settore dominante. Nello stesso arco di tempo, la popolazione raddoppia, in quanto il Ticino, da terra di emigrazione, diventa paese di immigrazione. I centri si ampliano fino ad “assorbire” i comuni dei dintorni (in forte crescita anch’essi) mentre le valli continuano a spopolarsi.

 

Un quadro politico stabile

 

Di fronte a cambiamenti così marcati, ci si potrebbe aspettare che anche il quadro politico muti. Ma ciò non avviene. Almeno fino alla fine degli anni ‘80, si assiste anzi ad una straordinaria stabilità, che supera sostanzialmente indenne tanto l’introduzione del voto alle donne (nel 1969, dopo tre tentativi andati a vuoto) quanto la nascita del PSA. Da che cosa deriva tale stabilità? Secondo taluni, i partiti tradizionali sono riusciti a mantenere ciascuno il proprio seguito grazie al tradizionalismo, al clientelismo e ad una politica di naturalizzazioni “mirate”. Più che ad un’analisi, tale interpretazione somiglia però a una caricatura, che contiene sì qualche elemento di verità, ma ne trascura altri. Il principale, a mio modo di vedere, sta nel fatto che grazie ad una politica pragmatica (al di là degli slogan utilizzati in campagna elettorale) più o meno tutti i partiti sono riusciti ad “accontentare” - o comunque a non scontentare - i propri elettori, ma nessuno è riuscito ad attirarne altri in misura significativa.

 

Dall’Intesa di sinistra al ‘68

 

All’indomani delle elezioni del 1947, vinte dal PLRT (riunificatosi l’anno prima) liberali-radicali e socialisti concludono un accordo di collaborazione, che relega i conservatori all’opposizione. Simbolo del cambiamento è il passaggio del Dipartimento educazione dal conservatore Giuseppe Lepori al liberale Brenno Galli. L’accordo con i socialisti è sostanzialmente un’intesa di vertice. Le “basi” dei due partiti non mancano, per contro, di nutrire diffidenze reciproche. L’autorevolezza dei capi (Libero Olgiati per i liberali e l’intramontabile Canevascini per i socialisti) riesce però a far tacere i mugugni. Peraltro, la comune opposizione ai conservatori e al clericalismo funge da catalizzatore. Del resto nel PLR i dirigenti provenienti dai ranghi democratici prevalgono ed hanno il vantaggio di poter affermare di aver visto giusto (quando la destra simpatizzava per il Duce), mentre fra i socialisti praticamente nessuno osa contestare il “Padreterno”. Chi lo fa - come il “delfino” designato, Elmo Patocchi - finisce ben presto fuori gioco (qualche “compagno” lascia bensì il PST per il “Partito operaio e contadino” - poi Partito del Lavoro - ma si tratta di una piccola minoranza, destinata a un ruolo marginale).

Sul piano delle realizzazioni, gli anni ‘50 e ‘60 sono importanti. Fra le principali vanno citate la nuova legge fiscale - che tassa meno il reddito e più la sostanza, accentuando la progressione - l’introduzione del nono anno di scuola obbligatoria e la politica delle borse di studio; tutte innovazioni promosse da Brenno Galli. L’altro “ministro” liberale, Nello Celio, promuove invece lo sviluppo della rete stradale e lo sfruttamento delle acque mediante le “Partnerwerke” (sistema più tardi criticatissimo, ma all’epoca elogiato da tutti). Canevascini, dal canto suo, attua un suo vecchio progetto, quello di riunire tutte le opere sociali in un unico Dipartimento. Contrasti (sui quali i conservatori tentano naturalmente di far leva per scardinare l’Intesa) si manifestano invece sulla cantonalizzazione delle terme di Stabio - progetto che cade in votazione popolare - sull’oleodotto Italia-Olanda, che dovrebbe attraversare il Cantone (idea affossata dall’opposizione di un gruppo capeggiato da Franco Masoni) e sull’istituzione dell’AET, proposta dal giudice federale Fernando Pedrini, sostenuta dai Giovani liberali - in primis Argante Righetti e Sergio Salvioni - e osteggiata invece da Nello Celio e Aleardo Pini. Alla fine prevale la tesi di Pedrini e l’AET viene istituita con voto pressoché unanime.

Nel 1959 Celio e Galli lasciano il Governo, sostituiti da Franco Zorzi e Plinio Cioccari. Alcuni mesi dopo si ritira (dopo ben 37 anni!) anche Canevascini, sostituito da Piero Pellegrini, che però muore poco dopo. Al suo posto entra Federico Ghisletta. Non vi sono tuttavia cambiamenti di linea politica. Si mettono anzi le basi per nuove realizzazioni, tra cui l’autostrada Chiasso-Airolo, la galleria del San Gottardo, la legge sugli ospedali pubblici, la legge urbanistica (che cade poi in seguito a referendum, nel 1969) e l’istituzione della Scuola media. Ma i rapporti all’interno dell’“intesa radico-socialista” (come la chiamano i conservatori) a poco a poco si guastano. Nel PST si fa strada l’idea che la collaborazione con un partner “borghese” danneggi la classe operaia, ciò che porta alla fine dell’“Intesa”. La contestazione giovanile scoppiata alla fine degli anni ‘60 può simbolicamente essere considerata come la fine di quell’epoca. Lo conferma anche il fatto che dopo di allora il PLRT abbandona la vecchia definizione di “sinistra” alle forze di ispirazione marxista, e si qualifica vieppiù di centro.

 

I cambiamenti degli anni ‘70 e ‘80

 

Nei primi anni ‘70 si registrano alcuni cambiamenti. Il più... rumoroso è la nascita del PSA (Partito socialista autonomo), fondato da Werner Carobbio, Pietro Martinelli ed Elio Galli, ex dirigenti del PST espulsi dallo stesso dopo anni di diatribe interne. Ad essi si aggiungono alcuni dirigenti locali e soprattutto diversi esponenti della nuova sinistra, legati alla contestazione studentesca, ciò che spiega la forte ideologizzazione del nuovo partito, i cui slogan preferiti sono la “lotta di classe” e varie altre “lotte” (anticapitalista, antiimperialista, antimilitarista ecc.). Questa impostazione è al tempo stesso la forza e la debolezza del PSA: la forza perché motiva i militanti, la debolezza perché gli rende difficile raccogliere voti fuori dalla cerchia dei suoi elettori “naturali”. Nonostante un notevole impegno, il PSA non riesce infatti mai a superare il 10% dei voti. Col passar del tempo diversi esponenti del partito riescono comunque a qualificarsi per un lavoro serio nelle istituzioni e per una presenza costante nella vita di varie associazioni (culturali, degli inquilini e delle consumatrici ecc.) e da ultimo anche in ambito sindacale, ciò che al momento della riunificazione con il PST, nei primi anni ‘90, gli consentirà di prendere decisamente il sopravvento all’interno della sinistra.

Un’altra innovazione riguarda il partito conservatore. Il nuovo nome di Partito popolare democratico, abbreviato in PPD (siamo ormai nell’era delle sigle!) può inizialmente apparire una semplice cosmesi, ma in realtà simboleggia lo spostamento dalla destra al centro. A determinarlo concorrono diversi fattori, in primo luogo le trasformazioni economico-sociali, che erodono la tradizionale base conservatrice e campagnola. In secondo luogo la contestazione giovanile, che parecchi conservatori guardano con simpatia, intravedendovi il “cuneo” che metterà fine definitivamente all’invisa alleanza “radico-socialista”. Vi è poi l’orientamento della Chiesa, che dopo il Concilio parla sempre più di “aperture”. Infine vi è anche il desiderio di far dimenticare le “disavventure” che hanno costretto ben tre consiglieri di Stato conservatori (Tito Tettamenti nel ‘60, Angelo Pellegrini nel ‘68 e Fabio Vassalli nel ‘77) a ritirarsi anzitempo.

Un tentativo di rinnovamento lo intraprende anche il partito agrario, che dopo l’iniziale successo negli anni ‘20 ha perso quota, accontentandosi di vivacchiare senza infamia e senza lode. Cambia nome anch’esso, assumendo quello di Unione democratica di centro (UDC) nella speranza di attrarre anche elettori non contadini. In questa prospettiva, nel ‘69 promuove il referendum contro la Legge urbanistica (che avrebbe favorito proprio l’agricoltura!). Con l’aiuto della destra economica vince la votazione, ma il successo elettorale, almeno per il momento, è al di là da venire....

Il PLRT è l’unico che non cambia “look”. Forte della maggioranza relativa, è peraltro quello che supera meglio gli anni della contestazione. A scadenze più o meno regolari divampano bensì polemiche interne, di solito provocate da “Gazzetta Ticinese” che accusa la dirigenza di essere troppo a sinistra, ma - forse memori dell’esperienza negativa degli anni ‘30-40 - nessuno tira la corda fino a romperla.

Fino alla fine degli anni’80 non vi sono tuttavia cambiamenti di rilievo. Uniche eccezioni sono un maggior riconoscimento del PPD quale forza di governo (gli viene ad es. affidato il “neonato” Dipartimento dell’ambiente) e la svolta “gestionaria” del PSA, che di fatto si riconverte alla socialdemocrazia e si appresta a riunificarsi - dopo un lunga tira-e-molla - con il PST.

 

Gli ultimi anni

 

L’ultimo decennio è stato soprattutto caratterizzato, come tutti sanno, dal successo della Lega dei ticinesi. Col senno di poi, si può dire che lo si sarebbe dovuto prevedere, dal momento che, dopo la “svolta centrista” del PPD, la destra (salvo che sui temi economici) era praticamente scomparsa dal dibattito politico. Data la tradizionale stabilità dell’elettorato ticinese, lo scompiglio provocato dalla Lega ha comunque sbalordito i commentatori. Se esso sia destinato a durare o a scomparire, ce lo ridanno le prossime elezioni!

 

 

Appunti per una storia dei partiti ticinesi (di Franco Celio)

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