Parità di genere nel linguaggio burocratico

INTERROGAZIONE

Come noto ricorrono quest’anno i 50 anni dalla concessione alle donne del diritto di voto in Ticino. Certo si è fatto molto - e in vari ambiti - per modificare la mentalità e tendere a raggiungere la parità di genere nei diritti politici, in quelli salariali e legali tra uomini e donne.

Come noto ricorrono quest’anno i 50 anni dalla concessione alle donne del diritto di voto in Ticino.

Certo si è fatto molto - e in vari ambiti - per modificare la mentalità e tendere a raggiungere la parità di genere nei diritti politici, in quelli salariali e legali tra uomini e donne.

La Federazione Associazioni Femminili Ticino Plus (FAFTPlus) - che ha, tra altri scopi, quelli di rappresentare gli interessi delle donne di fronte alle istituzioni politiche e studiare i problemi inerenti alla condizione della donna nella vita pubblica, privata, professionale, economica e sociale, per contribuire a migliorarla - ha elaborato già nella passata legislatura e sta elaborando anche per quella 2019-2023 una sua “Agenda Politica 54” delle Donne elettrici con diverse proposte concrete e di varia portata.

Nell’ambito della parità tra uomo e donna si può sempre migliorare e ottimizzare, con attenzione e sensibilità, talvolta a costo zero, anche in piccole cose come ad esempio nel linguaggio legale e/o nella prassi burocratica.

In questo senso l’Agenda politica 54 chiede che si passi all’adozione, sistematica e a 360 gradi, di un linguaggio amministrativo non sessista. Ad esempio, si dovrebbe poter superare il concetto di “capofamiglia” automaticamente attribuito all’uomo negli atti/attestati di Stato civile benché gli art. 331, 332 e 333 del Codice civile svizzero non prevedano espressamente che tale ruolo spetti all’uomo. Oppure nella prassi notarile (pubblici ufficiali) trasmessi agli uffici dei registri fondiari e di commercio capita ancora che i dati personali delle donne vengano registrati come “figlia di” seguita dal solo nome del padre (di/fu) e non anche della madre oppure come “moglie di” invece che semplicemente “coniugata” allorquando nei dati dell’uomo si indica “coniugato” e non “marito di”. Altro esempio, nel sito: https://www4.ti.ch/poteri/gc/parlamento/composizione-del-parlamento/composizione-attuale/ le deputate ad esempio vengono indicate tuttora con il termine maschile “deputato”.

In questo senso si è mossa ad esempio l’Académie française che proprio recentemente ha deciso di procedere ad un cambio concettuale storico acconsentendo a che i mestieri delle donne cambino declinazione dopo che per anni, in particolare per le professioni legate a una forma di potere – prefetto, deputato, professore, … - si era inteso lasciarle al maschile sebbene praticate da donne. Pertanto, d’ora innanzi sono state autorizzate linguisticamente le professioni o funzioni di: capa, pretora, pompiera, ingegnera, avvocata, notaia, procuratrice pubblica, ministra, … 

È verosimile che nella nostra prassi burocratico amministrativa vi siano ancora altri esempi di queste disparità.

Ciò premesso, si chiede al Consiglio di Stato:

  1. Se condivide la necessità o opportunità di eliminare queste e altre denominazioni legali o amministrative sessiste che si dovessero riscontrare ancora nelle attività dello Stato?
  2. Se intende quindi dare incarico ai vari Servizi dell’amministrazione di verificare e correggere al loro interno la terminologia e la modulistica nel senso auspicato dal presente atto parlamentare dandone riscontro al Parlamento entro il 31.12.2019?
  3. Se ritiene di dover e poter proporre alla Confederazione le modifiche legislative o di prassi di sua competenza necessarie o anche solo opportune ad eliminare questa disparità di “genere” nel linguaggio laddove ancora sussista?

Matteo Quadranti, granconsigliere PLR (seguono altri 5 firmatari)

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