Che vantaggio avrebbero la Svizzera, e la Svizzera italiana in particolare, se non ci fosse più l’emittente radiotelevisiva pubblica o se l’essenza delle sue attività fosse svolta solo a Zurigo o a Berna? Se il nostro pubblico fosse ulteriormente fatto affluire sulle emittenti italiane o sulle reti sociali?
Al di là delle cifre in gioco, credo che sia questa la vera domanda alla quale ognuno di noi darà la sua risposta, quando il prossimo 8 marzo voteremo sull’iniziativa «200 franchi bastano».
Come otto anni fa – nell’episodio precedente, intitolato «No Billag» e concluso con il voto negativo espresso dal 71,6% della cittadinanza svizzera e dal 65,5% di quella ticinese – la questione di fondo riguarda quello che pensiamo sia l’apporto, per la nostra vita individuale e collettiva della SSR e della sua articolazione svizzero-italiana, la RSI. È vero che nel tempo trascorso fra quel voto e oggi, apparentemente breve, di cose ne sono successe parecchie: una pandemia, diverse guerre, una (quasi) crisi energetica, la fiammata inflazionistica e l’aumento del costo della vita… Più ancora di tutto questo, però, c’è stata l’accelerazione nel cambiamento delle nostre abitudini di consumatori – o, se preferite, della nostra «dieta informativa».
Anche se i dati non confermano il presunto esodo del pubblico dalla radio e dalla TV tradizionali è però chiaro che le offerte on-line sono sempre più gettonate, particolarmente tra i giovani. Tuttavia, è sbagliato concentrarci sul «come» o «dove» si guarda o ascolta, dimenticano il «cosa», vale a dire i contenuti. I contenuti sono ovunque, i contenuti di qualità no. Pretendere la qualità senza voler pagarne il prezzo è come chiedere sempre più spese statali senza pensare alle entrate. È di moda ma fuorviante. Come di fronte a ogni votazione, insomma, si tratta di dimostrare maturità e chiederci non tanto quanto ci verrebbe in tasca personalmente in caso di approvazione dell’iniziativa – il ribasso sul canone, per noi stessi o per la nostra azienda – quanto piuttosto se i benefici, per l’insieme della società e per ognuno, siano proporzionati alla contropartita richiesta. Adottando questo punto di vista, mi pare chiaro che la scelta di avere molta meno RSI – a cominciare dalla perdita di posti di lavoro, che sarebbe certa e molto pesante, in un settore già in difficoltà come quello dei media – non possa in nessun caso essere considerata vantaggiosa né per il Ticino né per tutta l’italofonia presente in Svizzera.
Non ne vale davvero la pena. È del tutto lecito, e spesso doveroso, mettere in discussione gli orientamenti politici di molti giornalisti della RSI e il loro effetto sui programmi, singole scelte editoriali o di gestione della dirigenza di Comano. Non avrebbe però senso spingersi fino ad accettare il rischio di azzoppare, o azzerare, l’insieme di ciò che la RSI è per questo Cantone. Sarebbe un atto di autolesionismo che non ci renderebbe né più ricchi né più vicini a quell’informazione accurata e imparziale di cui mai come oggi abbiamo avuto bisogno.
Simona Genini, granconsigliera PLR, Corriere del Ticino, 30 gennaio 2026